La mafia agisce in silenzio: assolto il boss bombarolo


di Lucio Musolino Vibo Valentia Ma la ‘ndrangheta agisce in silenzio…”. E se lo fa non è ‘ndran – gheta. Boss e gregari di Filandari ringraziano il Tribunale di Vibo Valentia che, con 70 pagine di sentenza, ha liquidato tutto il lavoro della Distrettuale antimafia di Catanzaro. Estorsioni, attentati, danneggiamenti, bombe, colpi di pistola. Per i giudici calabresi non rientrano nel tipico comportamento della ‘ndran – gheta. Le cosche, secondo il Tribunale, non fanno rumore. E se lo fanno vanno assolte. Con questo ragionamento, se il processo per le stragi di Capaci e via D’Amelio si fosse tenuto in Calabria, le morti di Falcone e Borsellino rischiavano di passare alla storia come un incidente provocato dall’autocombustione delle macchine blindate. Nei giorni scorsi, sono state depositate le clamorose motivazioni della sentenza contro la cosca Soriano nei confronti della quale i pm della Dda avevano chiesto 107 anni di carcere. Il Tribunale non ha riconosciuto il 416 bis contestato dalla Procura ai sette imputati accusati di rappresentare una cosca satellite della famiglia mafiosa Mancuso.

Per il presunto boss Leone Soriano e per i suoi sodali, quindi, la sentenza (che sarà appellata dalla Distrettuale) potrebbe considerarsi quasi un certificato antimafia. È sufficiente leggere le motivazioni che il giudice Fabio Regolo (oggi pm a Catania) e il suo collega Lorenzo Barraco (estensore della sentenza) hanno adottato per hqdefaultl’assoluzione. In sostanza, a fronte delle numerose estorsioni provate dalla Dda e delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia che avevano ricostruito ai pm l’organigramma della famiglia Soriano, i giudici descrivono la cosca di Filandari come un “so – dalizio che, per quanto lo si possa considerare di piccolo cabotaggio, sembrerebbe far ricorso a un modus operandi ben distante da quelli tipicamente mafiosi, posto che questo clan, secondo la visione dell’accusa, si esprimerebbe per il tramite di minacce telefoniche, minacce epistolari, colpi di pistola, bombe, richieste esplicite di denaro, laddove invece la mafia agisce notoriamente nel silenzio, in via indiretta, con toni e modalità allusivi, e non certo in modo così fragoroso”.

Come se tutti questi reati fossero stati commessi senza il disegno criminale della cosca. L’escalation di attentati e intimidazioni, che dal 2007 a oggi ha visto Filandari piegata ai voleri dei Soriano, non è neppure dovuta all’esistenza “di un gruppo criminale emergente, che sta facendosi conoscere e per questo ricorre a dei metodi così brutalmente evidenti: il punto, infatti, è sempre lo stesso, e consiste nella più completa mancanza di riferimenti oggettivi a un qualche dato che consenta di inquadrare minimamente la società, i suoi componenti, l’apporto fornito da ciascuno alla stessa”. Torna libero, quindi, il presunto boss di Filandari condannato a un anno e 8 mesi di carcere perché riconosciuto colpevole solo di aver fatto saltare un paio di auto, di avere incendiato un’abitazione e una cappella funeraria e di avere esploso due colpi di pistola contro un esercizio commerciale. Ma attenzione a chiamarlo boss: “All’esito dell’istruttoria – scrivono i giudici nella sentenza – Leone Soriano, presunto dirigente del clan è risultato soltanto essere il capofamiglia”. La ‘ndrangheta ringrazia.

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